Sono il secondo figlio di Anacleto e Tina Bleve, pugliesi di Cerfignano, in Terra d’Otranto. I miei sono emigrati a Roma alla fine degli anni ’60 e sono diventati in pochi anni protagonisti dell’eno-ristorazione cittadina. Terminati gli studi, sono stato messo lavorare per un bel po’ di anni al Punto di Ristoro, allora di grandissimo successo, che i miei gestivano insieme ai Frescobaldi all’Aeroporto di Fiumicino: un tirocinio molto importante, non solo dal punto di vista imprenditoriale. Stare al banco mi dato l’opportunità di guardare al mondo e a molte delle dinamiche che lo percorrevano. Sin da piccolo, direi sin da subito, avevo comunque provato un interesse sempre crescente per i grandi distillati e gli spiriti: A un certo punto, ho deciso di dare sbocco professionale a questa mia passione. L’alleanza di Casa Bleve con la Samaroli, la prima azienda che ha fatto conoscere al mercato italiano e internazionale gli autentici single malt, e i produttori più artigianali delle Highlands e dei piccoli arcipelaghi nord atlantici, mi ha dato l’opportunità di prendere contatto con il whisky e con il suo mondo, dalle cento sfaccettature ma soprattutto dalle mille possibilità. Alla Samaroli mi sono messo a fare il manager, ma poi anche e soprattutto il merchant, un mestiere più dinamico e più produttivo: soprattutto se fatto non soltanto guardando al mercato esistente, ma anche e soprattutto alla prospettiva di creare nuovi, sempre più redditizi spazi di azione e di intervento. Ritengo di aver avuto fortuna. La prospettiva italiana ed europea da cui siamo partiti agli inizi è diventata, in pochi anni, uno scenario mondiale - se non addirittura planetario. Il punto originale è stato, ed è tuttora, quello dell’indentificare, in ogni ambito geopolitico e, perché no, culturale, quella fascia di consumatori che poteva accedere a un prodotto sempre più qualificato ed esclusivo - o meglio: che sapeva con esso reggere il confronto, non solo economico. Ovviamente e di converso, il punto è stato anche quello di poter disporre a ogni costo delle migliori opzioni di prodotto disponibili. Per quantità e qualità. Il primo passaggio in questa chiave è stato quello di prendere contatto e di fare accordi con i piccoli produttori degli altipiani e delle isole, quelli soprattutto a cui dovevamo i whisky più rari e tradizionali. Non è stato un impegno facile e semplice. Abbiamo dovuto affrontare e risolvere, con loro e per loro, numerosi problemi – a cominciare da quelli immediatamente produttivi. Non accettando mai, per esempio, che la diminuzione progressiva dei barili prodotti ci costringesse ad accontentarci di quello che trovavamo. Pretendendo (o talvolta imponendo) che fossero applicati criteri sempre più rigidi in tutte le fasi del processo: dalla selezione degli orzi e dei malti alla distillazione vera e propria e alla scelta sempre più accurata dei ‘legni’ per l’invecchiamento. Altre volte ci siamo dovuti spingere sino a trovare soluzioni “morbide” e amichevoli sul terreno del credito e dei finanziamenti, per evitare che il sistema bancario potesse diventare, passate l’espressione, il padrone del campo. Ciò per cui ci siamo battuti, per dirla in sintesi, è stato di tornare alle tradizioni più autentiche, alla classicità di un artigianato puro e in qualche modo ‘assoluto’. I risultati ora ci sono. Penso che i nostri whisky siano tra i migliori del mondo: selezione dopo selezione, campione dopo campione, assaggio dopo assaggio – e dunque, barile dopo barile, bottiglia dopo bottiglia, quasi. Ne sono soddisfatto, ne sono molto felice. E di una cosa state sicuri: il prezzo che pagate è quello del valore del prodotto che comprate, non quello dell’organizzazione che ve lo vende. Dal whisky al rum. Un passo che non è stato affatto breve, perché anche qui, ci siamo trovati di fronte a un prodotto che, pur se ricco di un passato carico di storie avventurose e leggendarie (..la Royal Navy, i pirati e i corsari dei Caraibi e dei Sette Mari, la canzone con i Quindici uomini e il loro Yo-ho-ho, and a bottle of rum…) era ormai totalmente degradato e decaduto, lontanissimo da ogni standard qualitativo, Anche qui, nessuna scorciatoia: ci sono voluti tempo e scelte appropriate perché dal distillato puro e semplice arrivassimo a spiriti sempre più raffinati e da invecchiamento, in piccole o piccolissime partite. E potessero con ciò essere recuperate e riproposte denominazioni di origine ognuna con sue specificità e caratteristiche. Abbiamo così portato o riportato a nuova vita gli spiriti di Demerara, per esempio, dal nome del fiume della Guiana lungo cui cresce la migliore, più carnosa canna da zucchero; il celeberrimo Jamaica; il glamour tutto british di Barbados; il Brasil, il Nicaragua, il Fiji e altri ancora, pronti per i consumatori più appassionati ed esperti e dunque per il migliore dei mercati.